Cosa sarebbe successo se un giorno avessi fatto una scelta diversa? Se avessi scelto di vivere diversamente? Non si tratta di sliding doors come nell’omonimo film, ma di esistenze differenti, variazioni alternative sulla vita dei personaggi, in cui eventi e destini vengono continuamente riscritti, binari paralleli che non si intersecano mai.
Philip Roth, nel suo libro “La controvita”, ci racconta delle esistenze di alcuni personaggi che si specchiano nelle loro vicende. Il protagonista, Nathan Zuckerman, già alter ego letterario dell’autore, si interfaccia con suo fratello Henry e le relative moglie ed amanti.
Il libro si apre con Henry Zuckerman, dentista del New Jersey e fratello del narratore Nathan, che soffre di gravi problemi cardiaci e di impotenza. Dopo un intervento sperimentale, Henry cambia radicalmente vita: abbandona la famiglia e si trasferisce in Israele, aderendo a una comunità ideologicamente orientata al sionismo radicale. A questo primo sviluppo segue però una serie di versioni alternative degli stessi eventi:
- In una sezione successiva, Henry muore durante l’operazione chirurgica, e le conseguenze della sua morte vengono esplorate dal punto di vista di Nathan.
- In un’altra, è Nathan stesso a trovarsi in una condizione esistenziale parallela, mettendo in discussione il proprio ruolo di narratore e personaggio.
“La controvita” è un testo che utilizza la struttura narrativa per esplorare l’instabilità dell’identità e della realtà. Questa struttura produce una molteplicità di realtà possibili, in cui non è mai chiaro quale versione sia “vera”, se esiste una verità univoca.
In questa visione, la scrittura diventa per lo scrittore/narratore/protagonista uno strumento per reiventare la realtà, plasmandola a suo piacimento.
"L’ossessiva reinvenzione del reale non aveva mai tregua: quello che avrebbe potuto essere aveva sempre il sopravvento su quello che era."
Le questioni sollevate da questo romanzo sono molteplici. Principalmente l’identità come costruzione sfaccettata e dalle fondamenta instabili. La nostra vita per l’autore può essere immaginata, ancorché prima che vissuta, in mille permutazioni, basta cambiare un elemento per ottenere un risultato profondamente differente. Il punto di vista non è solamente il nostro: non siamo padroni della nostra identità, ma noi stessi siamo incasellati in un’opinione da ogni persona con cui veniamo a contatto, che ci può immaginare in maniera differente.
"È l’infida immaginazione a creare ciascuno di noi: siamo tutti invenzioni reciproche, e ognuno di noi è un’evocazione evocatrice di tutti gli altri. Siamo tutti autori gli uni degli altri."
Il libro presenta una summa delle tematiche care a Roth e può essere inteso come una sorta di bussola nella sua produzione. Se dal punto di vista cronologico si pone in anticipo di qualche anno rispetto ai romanzi della maturità, si può affermare che il libro affronta tutti i temi cari all’autore: l’identità ebraica e le sue conseguenze sulla coscienza e sulla vita dell’autore, la libertà sessuale, la sopraffazione letteraria sulle persone circostanti e sui vincoli delle relazioni famigliari e soprattutto la costante e profonda analisi delle vite dei protagonisti.
"In realtà, quelli che più sembrano essere se stessi a me paiono individui che impersonano ciò che pensano potrebbe loro piacer essere, o credono che dovrebbero essere, o per cui desiderano essere presi da chiunque sia che detta le regole. E fanno talmente sul serio da non accorgersi nemmeno che fare sul serio è appunto la sceneggiata. Per certe persone dotate di autocoscienza, però, questo non è possibile: immaginare di essere se stessi, vivere la propria vita reale, autentica o genuina, ha per loro tutti gli aspetti di un’allucinazione."

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